di Margi de Filpo – 

La casa di Arianna affacciava sul mercato rionale. A volte, quando restavamo sveglie a parlare fino all’alba, sentivamo i primi camion scaricare la merce. L’asfalto ingoiava la pioggia della notte trascorsa e Arianna mi raccontava di suo padre e di un viaggio in Canada che avevano fatto insieme “Hai mai camminato su una lastra di ghiaccio?” chiedeva. Il mio termine di paragone con il Canada era un paese di cinquecento anime, quindi rimanevo zitta e accendevo un’altra sigaretta. Arianna non fumava quasi mai ma, a volte, girava una canna e me la passava. Poi, spesso, ci baciavamo. Ci andava bene così, di uomini Arianna ne aveva avuti fin troppi, erano chiusi nel suo armadio, diceva, appesi alle grucce. Li aveva catalogati nel corso degli anni e, quando si annoiava, mandava messaggi malinconici. “Secondo te risponde?” chiedeva. Mandava due o tre messaggi per volta Arianna, poi si dimenticava a chi aveva scritto. Infilava il pigiama e mangiava fette biscottate e salame rannicchiata sul suo divano, sotto una copertina blu. “Ha risposto!” urlava, chiedevo quale, e mi accorgevo che uno o l’altro non cambiava molto. Le sue storie erano sempre le stesse, con la loro bella data di scadenza stampata sul fondo. La sera guardavamo i film di David Lynch, io compravo il vino e lei ne beveva pochissimo perché si annoiava. Tutto l’annoiava e un film per intero non siamo mai riuscite a vederlo. Dormivo sul divano senza molle da settimane, il mal di schiena dettava il tempo della resa: io con lei non ci volevo dormire. Il gatto raggomitolato sulle gambe mi teneva calda e io lo tenevo sveglio “ci sono uomini che si spaventano per molto meno” rideva Arianna, e io facevo spazio al gatto sotto le coperte dicendogli che, se voleva, poteva anche fare le fusa. La sera andavamo a San Lorenzo, al Rive Gauche, poi tornavamo a casa in motorino e non trovavamo mai le chiavi in borsa. Arianna era un’attrice, ma l’accademia non le aveva portato che una depressione latente e una tresca memorabile con un attore famoso. Avevo tutti gli elementi per capire che qualcosa non andava, in lei e in me, e che il nostro idillio al neon si sarebbe fulminato a breve, ma non volevo capire. Fino al pomeriggio in cui mi arrivò il suo messaggio: “è finita, riprenditi le tue cose e lascia le chiavi sul tavolo entro le otto.” Quel momento lo ricordo ancora. Ero davanti alla segreteria amministrativa della facoltà di psicologia per ritirare i soldi di un esperimento in cui avevo fatto da cavia. Poi camminavo su Via de Lollis, raggiungevo piazzale del Verano, attraversavo l’incrocio senza guardare, m’incamminavo lungo la Tiburtina. Autobus, una ragazza accanto a me chiedeva se stavo bene e la sua voce si confondeva nel rumore della città: io stavo, in qualche modo. La metropolitana, una sola fermata, poi un tratto a piedi, l’alimentari, la pizzeria al taglio, un bar tabacchi all’angolo, il fioraio che non avevo mai notato prima, l’ascensore, la porta di casa, il divano con le mie cose buttate sopra, alla rinfusa. Il gatto che miagolava ai miei piedi. Il tubetto del dentifricio sempre aperto, la tendina mezza dentro e mezza fuori. Odiavo il disordine di Arianna, e lei le mie manie, “siamo pari” le dicevo, lei sorrideva e mi lanciava contro un libro. Adorava Stephen King, e i suoi libri sono mattoni, fanno male se ti si piantano in mezzo alle costole. Eccolo, accanto agli altri quello che stava leggendo, nella libreria, quindi doveva averlo finito. Mi avvicinavo lentamente, un ultimo sguardo ai testi di teatro, ai cd, una mano che accarezza il tavolo ed ero fuori, davanti alla porta, fuori dalla sua vita. Il parcheggio pieno di auto, il mercato vuoto e una poltrona abbandonata accanto al cassonetto. Un fischio metallico in lontananza, un freddo innaturale che bagnava le ossa, mentre un barboncino mi ringhiava contro e io osservavo un graffito sul muro, accanto alla pizzeria. E ricominciava a piovere. Una pioggia incessante, violentissima, di quelle che ti rifugi in un bar per non inzupparti e cerchi la forza di raggiungere l’edicola per comprare qualcosa da leggere, ma non sei a Londra, e a Roma  i bar sono luoghi tristi quando si è soli. Ogni volta che perdo qualcuno il cielo mi piscia in testa.
Quando ricevo i suoi messaggi malinconici mi chiedo, ancora oggi, quanti ne abbia mandati quella notte, e se si ricordi di aver scritto anche a me. Poi mi dico che se lo ricorda, è ovvio. E mi viene da ridere pensando che questo è il desiderio di tutti gli amanti, nessuno vuole essere dimenticato. Non le ho mai risposto. Immagino che sulla Tiburtina, sopra un mercato che si sveglia all’alba, ci sia  un balcone vuoto e una casa illuminata tutta la notte che rischiara il cielo rosso di una Roma consumata, o un triste spettacolo di questo genere. Ora, su quel balcone, c’è una donna sola e un neon fulminato, e una tazza da tisana piena d’acqua piovana, abbandonata accanto al davanzale da mesi. Forse non eravamo noi. Ci scambiammo i corpi. Fare l’amore, a volte, può sgualcire la memoria.