Di Ivan Baio / Angelo Orlando Meloni – 

Breve estratto dal romanzo “Cosa vuoi fare da grande”, Del Vecchio Editore.
 
 
In terza elementare il piccolo Guido Pennisi non se la passava troppo bene. Orfano di madre, era un bambino taciturno che portava i capelli rifilati con la tazza e si lavava di rado. Nessuno sapeva che mestiere facesse il padre, e lo stesso Guido aveva al riguardo un’idea alquanto nebulosa.
Da grande voleva fare il pirata e nel frattempo collezionava brutti voti e punizioni. Aveva già steso tutti i bulletti del quartiere e arrivava sempre tardi a scuola, con una faccia da condannato a morte che a vederlo ti si stringeva il cuore.
Quando fendeva il cortile con la sua tracolla squinternata e gli occhi bassi a fissare le piastrelle impeciate dalle gomme americane, gli altri ragazzini facevano ala senza fiatare e il silenzio svolazzava fino all’ufficio della direttrice, all’ultimo piano, come un segnale d’allarme. Si diceva che una volta aveva infilzato una maestra con la Bic, e che questa non lo aveva denunciato per paura. In realtà Guido se n’era pentito all’istante, non c’è gusto a picchiare le maestre.
Il suo unico amico si chiamava Gianni Serra, e risiedeva con Guido nella repubblica indipendente dell’ultimo banco, la Tortuga dei bambini perduti. Gianni aveva fatto il suo ingresso in classe nel secondo quadrimestre della prima elementare, e si era trovato di fronte una maestra anziana, vestita di nero, che sorrideva melliflua.
– Bambini, ecco il vostro nuovo compagno. Coraggio, Gianni, scegli il tuo posto e posa la cartella.
Gianni strinse il suo zainetto marca Solomon fra le braccia e passò accanto ai banchi piantonati da coetanei sospettosi, rimbalzando a destra e a sinistra come un robot a pile. Due occhi scuri lo fissavano dallo sprofondo di un’aula lunga chilometri.
– Coraggio, sì, coraggio, laggiù.
Guido Pennisi lo aspettava con indosso la sua tuta color carta da zucchero, le toppe di pelletta beige sulle ginocchia e i mocassini neri sformati dai calci che andava tirando in giro contro qualunque cosa si muovesse.
Gianni fece una decina di passi verso di lui, poggiò lo zainetto sul banco e le chiappe, ben serrate, su una seggiola con le gambe di metallo, sotto cui c’era uno dei più grandi giacimenti europei di caccole. Ma questo lo avrebbe scoperto solo in un secondo momento, contribuendo personalmente alla formazione di nuovi cristalli di muco.
Gianni vagò con lo sguardo per il banco, sulla superficie chitinosa color verde smunto, bucherellata da penne e compassi, e non alzò gli occhi fino alla campanella dell’intervallo.
A quel punto, seguendo l’esempio dei compagni, si chinò sullo zaino e tirò fuori uno dopo l’altro i suoi pupazzetti, i suoi quaderni, il diario dei supereroi, le matite colorate, il temperino, il righello.
Gli altri mangiavano panini oleosi, formaggini e banane, lui scavava scavava con ansia crescente nello zainetto, finché un’ombra enorme gli si stese di sopra.
– Bellimpf i pumfpfi, – Guido Pennisi lo sovrastava con una pioggia di molliche e un aroma di salame ungherese che si stendevano al di là di un sorriso semisdentato.
– Sonompf tuoi?
– Ho di–dimenticato il panino a casa. Lo vuoi puffo Quattrocchi? Tanto io ne–ne ho due.
Il gigante si intascò il puffo e fuggì in corridoio.
– Tieni.
Un minuto dopo Guido era rientrato con un panino imbottito con il prosciutto crudo e le sottilette, privo d’involto ma fragrante. Era come se qualcuno lo avesse smozzicato e non fosse riuscito a chiudere il morso a dovere, arrivando a sfiorarlo appena con i denti.
– Grazie.
Gianni Serra era un bambino gracile con gli occhi nocciola, due grandissime lenti da miope e la pelle trasparente.
I suoi connotati sembravano fluttuare sotto i riccioli biondi, in special modo quando lo interrogavano o lo mettevano in difficoltà. Allora cominciava a balbettare e a sudare.
Da grande voleva fare l’astronauta.
– Gli astronauti non portano gli occhiali, – gli aveva detto il piccolo Flogisto Onda alcune settimane dopo il suo incontro con Guido. – Quindi questi li possiamo buttare.
– E invece sì che li portano, sono occhiali speciali… stanno nei caschi, per vedere lo spazio, ri–ri–ri–rida… ridammeli!
Una risata collettiva era esplosa in un lampo, velocissima a innescarsi e a estinguersi. Sotto gli occhi di una decina di bambini stupefatti, Flogisto Onda lanciò gli occhiali di Gianni dalla finestra con un gesto plastico che fu accompagnato da un pugno incrociato altrettanto plastico, mollato da Guido Pennisi. Con il tempismo inconcluso di un paradosso spazio–temporale, il volo al rallentatore della montatura e il conseguente crac delle lenti al pianterreno accompagnarono in montaggio parallelo un pestone da peso massimo dritto sul naso di Flogisto, e un crac ben più doloroso.
– Ti sei fatto male? – aveva chiesto Gianni a Guido, che ancora si massaggiava le nocche. Ma Guido aveva scrollato le spalle, e i due si erano messi a fare gli scarabocchi sul banco. Flogisto Onda si era trasferito in un’altra città e la vita era andata avanti con un altro paio di lenti, nuove di pacca.