di Manuel Zarli -

[il testo che segue è l'introduzione del saggio di Manuel Zarli "GERUSIA. Come e perché difendersi dalle balle della gerontocrazia", ed. Ottolibri]

Propongo ai lettori un giochino d’immaginazione: provate a tratteggiare l’identikit del disoccupato medio. Suppongo che le caratteristiche più gettonate siano la bassa età compresa nella coorte 15-24 anni, nonché l’elevato grado di scolarizzazione dato che, si sa, a vent’anni si è già in possesso di tre o quattro pezzi di carta con annesso dottorato. Sul piano psicologico, inoltre, il nostro amico disoccupato si caratterizza per essere svogliato, schizzinoso e poco propenso ad accettare lavori umili e/o manuali. Senza trascurare la scarsa propensione al sacrificio e un’innata pigrizia esistenziale. In una parola: bamboccione.
Ditemi, ho indovinato, vero?
E se aggiungessi che questa convinzione è soltanto una leggenda metropolitana? Invito i lettori a mettere da parte questo libro, vestirsi e uscire. Visitate i fast food, i centri commerciali, gli ospedali. Prestate attenzione alla voce dell’operatore del call center, all’età del cameriere e del fattorino porta pizze. Se lavorate in un’azienda prendete nota dello stagista, di chi lavora più degli altri in condizioni contrattuali peggiori. Il risultato è univoco: in tutti i casi citati l’età media è molto bassa. Ma se fosse vero che il giovine d’oggi non ha l’intenzione di lavorare il sabato, la domenica e durante i festivi, perché mai lui e i suoi coetanei sono impiegati in gran numero nelle attività di ristorazione e nei centri commerciali? Se fosse vero che il giovine d’oggi è così viziato e schizzinoso, perché accetta di friggere patatine o servire i piatti al tavolo?
E se affermassi, infine, che non è corrispondente al vero, dati statistici alla mano, che il disoccupato medio sia una laureato di vent’anni?
Siete confusi, giusto? Proviamo ad aggiungere al tutto un ulteriore elemento. Questa è l’accorata lettera di un padre al figlio prossimo alla fine del percorso universitario:

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo […]

È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio. […] Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza. Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai.

Un testo di sicuro poco originale dato che a grandi linee si limita a descrivere quanto è palese a chi ha la sventura di vivere in Italia. Degna di nota, invece, è la conclusione:

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni. Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Di per sé potrebbe sembrare il testo di un padre qualunque scoraggiato da un quadro socioeconomico in progressivo deterioramento. Ma basta guardare il nome dell’autore della lettera per accedere a una prospettiva del tutto differente: si tratta di Pier Luigi Celli, imprenditore, scrittore, nonché direttore generale della Luiss Guido Carli di Roma. Il signor Celli, a dispetto dell’età – ha già soffiato su settantadue candeline – è tuttora un membro delle élite che hanno governato il Paese negli ultimi decenni. Peccato che se l’Italia ha vissuto e vive questa crisi è proprio grazie all’operato delle sue classi dirigenti. La lettera, così, assume un altro significato, quello dell’invito ad andarsene da parte di chi ha mal governato il Paese per decenni e si guarda bene dal riconoscere il proprio fallimento e passare il testimone. Le parole di Celli, allora, assumono una più ampia valenza fino a diventare indicative dell’andamento complessivo della società. Negli ultimi anni si è spesso parlato, in effetti, di guerra generazionale condotta dai più anziani contro i più giovani. Un nobile precedente, se così si può dire, ce lo offre la mitologia greca. Nel mito, Crono è il figlio più giovane di Urano e di Gaia, passato alla storia per avere ucciso il padre prendendone poi il posto. Divenuto padrone del mondo, Crono sposa la sorella Rea, ma il loro non fu il classico matrimonio felice: una profezia, infatti, avvertì il dio che sarebbe stato a sua volta detronizzato per mano di uno dei suoi figli. Per prevenire questa possibilità, Crono decide di mangiare tutti i suoi figli non appena vengono alla luce, ma Rea riesce a sottrargli con l’inganno Zeus, l’ultimogenito. E così Crono finisce nel Tartaro mentre i suoi figli diventano la nuova generazione divina, gli Olimpi. Anche se a prima vista i miti possono sembrare delle storielle divertenti, in realtà sono stati codificati per spiegare un mondo altrimenti incomprensibile e per educare le nuove generazioni. Per capire il significato del mito, occorre una semplice chiave di lettura: Crono era legato al tempo. Si può comprendere, allora, che il mito allude al presente (gli adulti) che per perpetuarsi si nutre del futuro (i bambini).
Siamo alle prese, quindi, con una dittatura dei più vecchi contro i più giovani? Difficile da sostenere se si considerano le condizioni di vita delle persone più anziane. Negli ultimi anni le fasce della popolazione più anziane hanno visto la propria condizione materiale peggiorare con la crescita del fenomeno dell’esclusione sociale. A dispetto del peso della spesa previdenziale sul Pil pari al 16,85%, il 13,3% dei pensionati non arriva a cinquecento euro mensili e più del 40% non arriva a mille euro. Se si considera l’incidenza della povertà relativa, gli over 65 presentano un valore superiore al 12%, mentre l’incidenza della povertà assoluta supera il 5%. In tempi di spending review con un calo delle tutele statali, le persone più anziane hanno ridotto le spese per l’alimentazione, l’abbigliamento, i servizi sanitari. In termini alimentari mancano persino – in media – più di 400 calorie giornaliere alla loro dieta, con rischio di ricovero per malnutrizione.
Visto che non di solo pane si vive, sono da prendere in esame anche il ruolo e la considerazione sociale della popolazione più anziana, tanto all’interno dei meccanismi sociali quanto in quelli dei media. La società contemporanea è dominata dal mito dell’eterna giovinezza, declinata però in un’accezione produttivista. La giovinezza non viene esaltata come l’età dedicata allo svago o all’avventura ma, per via delle sue potenzialità produttive, è ridimensionata in un’ottica totalmente economica. Di conseguenza la vecchiaia si configura come un tempo inutile, dedicato all’attesa della morte, e le persone anziane vengono ghettizzate e spinte ai margini della società.
Non si può affermare, quindi, di essere di fronte a un conflitto generazionale fra vecchi e giovani come usualmente si sente dire. Si dovrebbe restringere il campo e rendersi conto che la gerontocrazia al potere è una minoranza non solo in seno alla società, ma anche all’interno della sua stessa generazione. Per capire le caratteristiche di questo fenomeno è utile un confronto storico. Non si deve volgere lo sguardo al Rinascimento, di cui gli italiani sono vanamente tanto orgogliosi, ma all’epoca della Grecia classica. Nell’ordinamento istituzionale spartano esisteva un organo particolare: la Gerusia. Era il consiglio degli anziani ultrasessantenni, con funzioni sia legislative sia giuridiche. Se si osservano con attenzione le vicende dell’epoca si può notare che a governare, di fatto, fosse questa congrega di anziani. I risultati di questo governo senescente sono stati piuttosto scontati. Il rigido conservatorismo portò la più gloriosa città degli elleni a perdere il passo del resto del mondo persino nelle tradizioni militari, somma ironia della storia, dato che Sparta era una polis fondata su un totalitarismo di stampo militare. Ma ancor prima, l’incapacità spartana di cambiare l’ordinamento dello Stato e di passare da un’economia di sussistenza a una aperta al commercio per affrontare le sfide future, mise in difficoltà la città nel grande conflitto contro Atene. La Guerra del Peloponneso si concluse con la vittoria spartana, ma più per fortuna e per errori altrui che per altro. Ma al volgere dei capricci della sorte, il modello spartano s’infranse contro la Persia e venne poi definitivamente battuto dall’egemonia tebana. Nell’arco di un sola generazione Sparta assurse allo status di polis più potente della Grecia per poi decadere e uscire definitivamente dal palcoscenico della storia.

Il titolo del libro trae ispirazione proprio dall’esperienza storica della Gerusia spartana. Spiegherò come, infatti, all’Italia sia toccato in sorte qualcosa di simile sia sul piano politico che su quello sociale. Negli ultimi anni ogni scranno del potere è stato occupato da una élite sempre più anziana e incompetente che ha portato il Paese allo sfascio. Lo scopo di questo libro è proprio quello di mettere in discussione i miti relativi alla disoccupazione e alla figura del giovane sfaccendato, nonché di descrivere l’egemonia della Gerusia in ambito politico ed economico senza trascurare i danni causati dal malgoverno della generazione per anni al potere.
Non mancano, infine, i dati relativi agli anziani esterni alla Gerusia ma del tutto incapaci di comprendere un mondo sempre più complesso, risultando dannosi per sé e per gli altri per via del loro peso elettorale.
Il primo capitolo è dedicato a una raccolta non esaustiva ma comunque significativa della carrellata di insulti riservata ai più giovani. Il secondo capitolo esaminerà i dati relativi alla disoccupazione, mettendo in rilievo l’incapacità diffusa in ampi strati della popolazione di interpretare i dati statistici più basilari e la pessima abitudine di offrire granitiche certezze senza però avere la minima cognizione di causa sull’argomento. Parlerò anche del fenomeno del precariato e della balla della flessibilità lavorativa. Nel terzo capitolo metterò a nudo il ferreo dominio sociale ed economico della Gerusia e dei suoi fallimenti tanto economici quanto politici. Nel quarto e ultimo capitolo, infine, sottolineerò la tragica incompetenza di buona parte della popolazione di questo Paese e la sua deleteria influenza sulla politica.

Non resta, ora, che augurarvi una buona lettura.