di Jacopo Masini -

[quello che segue è il primo capitolo di una cosa che, per ora, s'intitola IL FUNERALE DI BERLINGUER] 
 
Adesso guardami bene, sono quel bambino con la maglietta a righe vicino al calcinculo della Festa dell'Unità. Me ne sto imbambolato a guardare i seggiolini roteare nel vuoto, a bordo ci sono bambini e bambine, nient'altro che il vuoto, bambini e bambine, vuoto vuoto e così via.
Nell'aria c'è uno sciame di profumi in cui si mescolano il grasso bruciacchiato delle salsicce, l'odore di fieno e terra della pianura, la persistenza appiccicosa di zuccheri filati e croccante, e poi la musica del palco del liscio e quella del concerto rock. Stasera doveva esserci uno poco conosciuto, che piace molto a un amico dei miei, si chiama Paolo Conte, uno che fa l'avvocato e suona con il piano e ha la voce cavernosa, coi baffi spessi e gli occhi sempre semichiusi, quando canta.
Io sul calcinculo non posso salire, sono ancora troppo piccolo e i miei sono al tavolo, sotto il tendone bianco dello stand ristorante, che mangiano, bevono e chiacchierano coi loro amici. Sono giovani hanno poco più di venticinque anni, siamo nel 1981. Lo si capisce da come sono vestiti, se tu potessi vederli, ma non puoi, adesso stai guardando me, inebetito davanti al calcinculo che gira, gira, gira e non si ferma mai. Lo si capisce, però, anche dalla mia maglietta a righe marroni e arancioni alternate, e dai sandali con quei due buchetti che sembrano occhi e dai pantaloncini simil-lamè, blu, con due bande rosse sui fianchi. Guardami bene. Tra poco mi perderò e passeranno tutta la sera a cercarmi".
Una bambina sta armeggiando col sedile davanti, un sedile vuoto, che ogni tanto, roteando sospinta dalla forza centripeta, afferra e lancia verso l’esterno. Continua ad afferrarlo e lanciarlo verso l’esterno, sorridendo, ma con un’aria che contiene anche una parte di noia che lei, più grande di me, può permettersi. Io desidero solo di essere seduto al posto suo, è tutto quello che vorrei, ma sono troppo piccolo per salire da solo e i miei sono seduti e adesso sorseggiano un altro nocino, un infuso fatto con le noci che va molto di moda, specie in una bottiglia marrone a forma di noce, anche se qui, sotto i tendoni, lo servono da bottiglie trasparenti senza etichetta, dicono che è fatto in casa, una cosa da “compagni”.
Forse sono troppo vicino al calcinculo. Mia mamma dice sempre che devo fare attenzione, lo dicono anche le mie nonne, con uguale convinzione, anche se una ce l’ha con i comunisti, l’altra ha sempre votato comunista, ma le preoccupazioni sono le stesse. Guardami bene adesso, prova a osservare l’ombra dei seggiolini che si disegna sulle mie pupille, nel volo incessante della giostra, alternandosi alla luce proveniente dai grandi fari che sormontano i pali in legno dell’energia elettrica. Io non me ne accorgo, perché sono tutto preso dai bambini a bordo, ho la bocca semiaperta, una lunga e disordinata pennellata di capelli castano chiari spalmata sulla fronte, la pelle coperta da una patina di sudore o umidità, non mi accorgo di nulla, se non dei bambini e in particolare, non so il perché, della bambina che lancia il seggiolino vuoto verso l’esterno ed ecco che lo lancia verso di me, nella mia direzione. Si avvicina alla mia faccia, a poco più di un metro da terra, e adesso, solo adesso, mi rendo contro che se sta per colpirmi significa che, calcolando l’angolo di inclinazione, ero davvero troppo vicino.
Ferma un attimo. Guardati intorno e pensa, solo per qualche istante. È il 1981: hanno rapito Ligresti, scoperto le liste della P2, Spadolini è succeduto a Forlani alla guida del governo, hanno sparato a Papa Woytila, gli italiani hanno detto sì alla legge 194 sull’aborto, Alfredino Rampi è caduto e morto dentro un pozzo artesiano e io sono affezionatissimo a una cassetta che costringo i miei genitori a riavvolgere in continuazione nel mangianastri della macchina, perché adoro una canzone che ascoltano tutti e che si intitola “Cerco un centro di gravità permanente”, è di un cantante magrissimo e buffo e serissimo che si chiama Franco Battiato.
Mi trovo al centro della pianura emiliana, una terra che d’estate scotta. Ci sono zanzare tenaci e agguerrite, mi sembra l’unico posto sulla Terra, a 7 anni, a parte il mare, in Liguria, dove vanno sempre i miei nonni, i genitori di mio padre.
La pianura, nelle sere d’estate, in mezzo alla campagna, anche dentro il recinto della festa dell’Unità, è uno spazio che sembra progettato per l’atterraggio di un’astronave, è piena di campi coltivati, grandi appezzamenti e stalle e porcili puzzolenti che nasconderebbero per un po’ lo sbarco, perché è nello spazio più largo e sterminato che la gente non fa caso alle stranezze, anche piovute dal cielo. O a un seggiolino che a tutta velocità si dirige verso la propria faccia, incorniciata dallo sbalordimento distratto di sette anni d’età.
Sta arrivando, è a metà strada tra la mano della bambina che l’ha lanciato verso l’esterno un’altra volta – è ferma nel gesto, la mano protesa nella mia direzione, i capelli scompigliati all’indietro – e la mia faccia. Ecco, ripartiti, sta arrivando. Non so come, con la coda dell’occhio lo vedo arrivare, sebbene sia ancora concentrato sul volto della bambina e sul suo movimento. Sposto la testa leggermente all’indietro. Sento che mi sfiora la fronte, supera con un’accelerazione angolare la mia testa, ricade in direzione del calcinculo, nella sua sede e non mi tocca. Un fiotto di adrenalina mi attraversa il corpo, sento le mani e le gambe fredde, all’improvviso, mi giro in direzione del tendone dove sono i miei, o dove penso si trovi, e inizio a correre, senza pensare a nulla. Gli altoparlanti annunciano che il cantante Paolo Conte, a causa di un guasto al pullmann che doveva portarlo qui, non arriverà e poi parte una canzone, la canzone che mi piace. “Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente” e corro, ma sbaglio direzione, sono confuso. E mi perdo. Una sera a metà del 1981, verso la fine dell’estate mi perdo. E tra un anno i miei si separeranno, ma adesso non c’entra. Non trovo più la direzione giusta. “Avrei bisogno di Cerco un centro di gravità permanente” e io continuo a correre. Ecco. Comincia così.