di Katia Colica -

Se soltanto lo avessi visto prima, il mare; prima, quando ero solo una bambina e sapevo addolcire tutte le cose con un sorriso, forse avrei saputo come parlargli. Perché quando uno se lo immagina lo fa nel migliore dei modi: i sogni, si sa, te li fabbrichi un po’ come ti pare. Io me li sono dovuti inventare a forza di paura ed è per questo che erano belli, i più belli mai venuti fuori dalla mia testa, e da tutte le teste del mondo. Null’altro meno di così.
Invece il mare da dentro un barcone non lo senti mai rispondere, sta muto e non cambia di colore. Rimane zitto e il suo azzurro diventa tagliente, l’acqua ti spruzza addosso a gocce grosse il gelo della paura e poi somiglia come a qualcosa che vuole mangiarti i figli; i tuoi e quelli delle altre.
 
Mio figlio ha tre anni e gli occhi che vedono lontano, il mare lo guarda con quella meraviglia che non ho più da tempo, che forse non ho mai avuto. Nelle notti nere nere confonde la nenia delle onde con il mio canto e indica le stelle col dito, ché Dio almeno ha voluto così, ha voluto ripulirci il cielo dalle tempeste con un soffio di pietà. Durante il giorno però la sua lingua si asciuga e qui c’è poca acqua da bere: le taniche attorno sono piene di nafta; quella serve e quella c’è.
Ho il mio bel da fare per distrarlo dalla sete, o dalla morte degli altri.
Si diventa crudeli quando si deve salvare qualche vita e ci si improvvisa forti come si può. Io lo sono diventata, crudele e forte dico, qualche tempo fa, quando ho accettato di scommettere sulla pelle di mio figlio per arrivare in un posto che non so e che forse non ci vuole nemmeno. Meglio morto in mare che morto saltato sotto le bombe, ho detto a mia madre. Lei mi ha risposto soltanto di pregare, pregare sempre; pregare e basta.
L’ultimo ricordo che ho di lei sono i suoi occhi che sputano lacrime. L’ultimo ricordo che lei ha di noi invece lo sa solo Dio.
I due che guidano ora ci lanciano pezzi di pane asciutto, io divento un animale feroce e mi lotto la nostra parte, se ho imparato a fare questo imparerò ancora altro, penso, e diventerò sempre più forte. E ancora. Mi preparo a un tempo che non so, a un tempo che arriverà e sarà diverso da questa terza notte di pece e paura. E silenzio. E denti che battono.
Ma se soltanto lo avessi visto anche solo una volta prima, questo mare, io adesso proverei a parlarci, qui, seduta sul bordo di questi tre metri di legno invece di sciacquare le fronti dalla febbre, di inzuppare di vita la morte, di riempirmi gli occhi con un mondo che non vedo. Perché attorno non c’è che acqua, acqua che scoraggia, che sgomenta. Che culla i morti e li posa lontano da qui, in un posto che sa solo lei. Dentro questo viaggio che passerà, in un modo o nell’altro; che passerà.