di Domenico Caringella -

Ho passato gli ultimi tre anni della mia vita sottoterra, nella Metro. Non è un esilio o una fuga. Sembrerà un controsenso ma l'ho fatto per continuare a respirare. Sto molto meglio qui.
Ho dei bei risparmi alla Wells Fargo, ma per ritirare dovrei risalire e risalire significherebbe tornare indietro troppo presto, senza essere pronti. Così ho trovato un modo per mantenermi da solo. Infilato dal primo giorno della discesa nella mia grisaglia da 3.000.00 $ che adesso è lacera e vecchia di mille giorni di buio, di fortuna e di miglia strascicate sulle piattaforme e sui treni, faccio divinazioni finanziarie a 1/2 dollaro. Alla fermata sotto il Rockefeller Center, ascolto, prevedo e calcolo come se leggessi una mano e pare che ci azzecchi 8 su 10; ma più che vedermi come un broker in disgrazia o un mago mi usano come un talismano. Così mi bastano due o tre ore sotto Manhattan per pagarmi il cibo, la metrocard e una specie di doccia due volte alla settimana in un buco dove le rotaie di Brooklyn e Queens si incrociano. Mi rimane tutto il tempo per girare e guardare gente che è sovrappensiero e non mi conosce e perciò mi tratta per quello che sono e non per quello che sono diventato da quando Pat è merdosamente crepato come un cane. Per dormire ho risolto, mi sono guadagnato le chiavi di uno sgabuzzino alla stazione di Flatbush. Me le ha date un inserviente in cambio di una dritta ogni tanto sui suoi investimenti azionari; lui mi porta una copia ancora calda di rotative del Wall Street Journal, io gli apro una pagina a caso, dò un'occhiata e gli lascio quello che lui chiama il Verbo. Nel gabbiotto scopo una notte al mese con una donna di cui conosco a menadito la pelle e le paure ma non il nome. Per lei è il contrario, e oltre al fatto che ho il cazzo migliore in circolazione qua sotto, sa solo che mi faccio chiamare Ishmael, perché ho visto la nave ingoiata dall'abisso e non ho niente dietro di me.
Quando è cominciata credevo che ci sarebbero voluti almeno 20 anni per tornare su. Adesso sono più ottimista, penso che ci metterò meno, perché quando ripenso a mio figlio a volte sorrido. Non illudetevi, non decidiamo noi quando qualcosa è davvero finita.

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(photo: Bob Mazzer)