di Katia Colica – 

Io sono il mio tradimento più grande. Lo so perché ho tradito e quindi se la menzogna avesse una taglia io, ecco, io sarei smisurata. Io sono il mio tradimento, quindi, e ci ritorno addosso puntuale: mi attacco alla sua croce come un Cristo ai suoi chiodi. Perché quando – come adesso – mi guardo la faccia riflessa nell’acqua del cesso come dentro lo specchio più lussuoso, è solo qui che riesco a vedermi davvero.
Avevo forse quattro anni, mia madre cucinava tutto il tempo in una sorta di personale consacrazione. Come se il cibo non fosse un ingombro fastidioso. Come se potesse davvero valerne la pena. Legava i capelli con un elastico, infilava un cerchietto nero per disciplinare la frangetta bionda e non faceva mai troppo rumore. Certe volte cantava, piano però, in penombra; la luce azzurrognola del televisore, la luce bluastra della fiamma.
Io sono il mio tradimento e il mio tesoro è fatto dalle mie ossa, a contare, come una nenia che segue il sonno dei bambini mentre li vince. E le mie ossa sanno persino parlare mentre quasi le rassicuro toccandole con l’indice, seguendole come una carezza leggera per tutta la loro lunghezza.
Si dimenticava, mia madre, del mondo intero fuori da lì. Non mi faceva domande consuete se arrivavo e mi aggrappavo alle sue gambe per essere presa in braccio e portata su. Come non faceva domande consuete a se stessa se non arrivavo, per ore.
Io sono il mio tradimento e il mio peccato si chiama carne. Carne che mi veste addosso, attaccata, incollata, come un abito cucito. Cucito per chi lo sa solo Dio.
A volte piangevo, spesso no. Un po’ speravo che lei se ne accorgesse, più volte pregavo che continuasse a sfornare pasticci e torte e dolci e timballi e qualsiasi cosa la tenesse lontana da quella stanza che confondeva i sogni con gli incubi; o i brillantini delle stelle adesive attaccate al soffitto dall’orrore luccicante disegnato a lacrime da cancellare inghiottendolo. Sentivo che in fondo era meglio così, per via di quel rimorso dal puzzo di peccato originale che si mescolava con gli odori di cucina diventando un unico lezzo nauseabondo e la consapevolezza di difetto che mi circolava nelle vene raccontava che io, in un modo o nell’altro, di tutto quello ne fossi la causa. Perché ogni volta che lui finiva, io lo sentivo sotto il naso – lo sento – il tanfo rancido della colpa. E quando ancora lo riconosco credo che, in fondo, sia stato davvero così. So di non essere innocente dentro un’infanzia igienica, sterilizzata a forza di cloro, napisan e segreti.
Io sono il mio tradimento e il mio sogno si chiama futuro, anche se non ci crede più nessuno per via dei miei imbrogli ripetuti, ossessivi, calcolati, compiuti mentre aiuto il mio scheletro a farsi spazio al posto mio. Ma io, nonostante me, col futuro ne faccio la resa della scommessa giornaliera tra quello che mangio e quello che sputo, per ogni volta che vomito cibo masticato con le ossessioni. Ed è proprio in quella resa che conto le addizioni delle mie giornate passate, forse marginali, o chissà, forse più numerose rispetto a quelle che arriveranno. Aspetto la morte come una sposa il suo anello al dito. Così infine mi tradisco, perché io ingoio solo i giorni che non tornano, quelli che hanno portato in braccio il terrore mescolato agli odori di quella cucina. E al cibo che sputo cedo il passo solo per il tempo di lasciargli stupire il cervello: un attimo in più non è necessario, non servirebbe.
Intanto gli altri attorno a me contano sulla lingua i pezzi di pane non ingoiato, come se fosse quello soltanto a prepararmi la vita, ad apparecchiarmi il domani. E io che di pane ne so, che lo ascolto quel pane e lo sento cianciare, lo tratto così, nel modo in cui deve essere trattato: come un lamento. Perché, in fondo, io non sono ancora pronta a dover apparire. A essere vista per intero e poi magari in uno slancio d’attenzione ingiustificata e tardiva anche essere presa in braccio, e portata su.
Allora resterò ancora raggomitolata come un feto, incollata ai miei ricordi fatti di odori e cibo cucinato e sudore e sperma e tempie umide e saliva. E per questo adesso alzerò la tavoletta del cesso e sputerò, evitando il rischio di esserci troppo, o per troppo tempo. Sputerò la persuasione di poter o dover provocare in quanto femmina, sputerò la forza che non ho avuto per raccontare, sputerò la storia che ho vissuto e non ho mai capito, sputerò perché, mi piaccia o no, alla fine ho saputo perdonare. Così mi sono inventata la vita: una lenta ma feroce strategia di perdita della carne. Ché di me rimanga ciò che sono, e io, vedete, io sono altro. La mia vita perfetta – è la mia – sarò io a disegnarmela, a soffocarla se del caso con due dita in gola nell’attesa di un conato che mi indichi, ancora, la strada sottile senza disturbare. Quella miracolosa strada fatta di tubature di fogna e che dallo scarico prenda l’impasto di vomito e menarca e come un miracolo arrivi fino al cielo; e io lì ci sarò, per una volta sola fedele. Fedele. Io sono il mio tradimento. Lo so perché ho tradito e ho deciso di farne la mia storia.