La bugiarda
di Jacopo Masini -
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Avrò avuto circa nove anni, ero con mio padre a casa di un suo amico che abitava in un vecchio palazzo del quartiere parmigiano detto Oltretorrente, e a un certo punto, mentre guardavo una puntata di Hazard in una scalcinata, piccola tv in bianco e nero, tutto ha iniziato a tremare. La tv è caduta, mio padre e il suo amico, che erano nella stanza accanto, si sono precipitati in corridoio, io gli sono andato dietro e abbiamo fatto quello che non si dovrebbe mai fare: ci siamo precipitati per le scale, per raggiungere la strada. In strada c’era un mucchio di gente, molti erano spaventati. Poi siamo andati in un bar e abbiamo telefonato a tutti: mia madre, i miei nonni, gli amici, usando i gettoni che adesso non ci sono più.
Un’altra volta, stavo studiando Storia della Lingua Italiana, un esame universitario che mi piaceva particolarmente, ero in Emeroteca, sempre a Parma, ha iniziato a tremare tutto. Le ragazze che erano sedute al mio stesso tavolo si sono alzate di scatto, una ha detto “Oddio, il terremoto” e sono corse fuori. Ho alzato la testa, ho visto le volte in pietra dell’edificio molto antico e ho pensato “Se vengono giù queste, è inutile uscire”. Dopo qualche secondo mi sono incamminato verso l’uscita e in vicolo Santa Maria c’erano un mucchio di ragazzi e ragazze che parlavano, qualcuno piangeva, c’era anche un mio vecchio amico che diceva “Sono una merda, sono una merda”. Dopo ho scoperto che si stava rimproverando in maniera così severa perché lui è molto alto, e grosso, e per scendere dal primo piano il più in fretta possibile, sulle scale, preso dal panico, aveva spintonato via quelli che incontrava. Non avevo ancora il cellulare, perciò sono andato al bar, ho chiamato mia nonna utilizzando quelle schede magnetiche che non ci sono più e stavano tutti bene.
A febbraio di quest’anno, mi stavo preparando per andare al lavoro, a un certo punto ha iniziato a ballare tutto. Per un attimo ho avuto la sensazione di pattinare sul pavimento. Ero in camera da letto, nel sottotetto, allora d’istinto ho pensato di scendere di sotto, ho visto le scale, ho pensato “No, le scale dicono di no”, allora mi son fermato, ma si è fermata subito anche la terra. Sono sceso in cucina, ho preparato il caffè e poi sono uscito. Mi sono arrivati una decina di messaggi, mi chiedevano se stavo bene, se era tutto a posto. Anche su facebook lo stesso, ché appena si scatena un sisma, con i social-network, tutti quelli che abitano da un’altra parte subito ti chiedono se stai bene. E io, ogni volta, la trovo una forma di gentilezza rincuorante.
Poi ci sono stati gli ultimi due terremoti, con epicentro nel ferrarese e nel modenese, e di uno mi sono accorto, dell’ultimo, invece dell’altro no, nel senso che è stato di notte, mi son svegliato un secondo, ma pensavo di star sognando. Quando ci siamo svegliati, io e la mia fidanzata, abbiamo scoperto che però c’erano stati molti danni. E sono arrivati messaggi, e abbiamo acceso la tv, ed è cominciato un periodo che, nella mia percezione del terremoto, del pericolo e delle pianure dell’Emilia, mi sembra nuovo.
Un sacco di gente ha perso ogni cosa. È successo anche a conoscenti, o amici di amici. A un casaro è crollato addosso il tetto del caseificio e gli hanno dovuto amputare le gambe, molte aziende sono state danneggiate, ci sono state decine di morti, la paura ha iniziato lentamente a insidiarsi nel conteggio del tempo. E all’improvviso, per tutti, la possibilità di un altro terremoto è diventata concreta. Una sera, prima di addormentarmi, ho riaperto gli occhi di scatto e ho pensato: “Pensa, stanotte potrebbe venire il terremoto e far crollare la casa. Se è successo a quei poveretti in altre zone, potrebbe succedere anche a me”. Allora, visto che i gettoni non ci sono più, e neanche le schede magnetiche, ma ci sono i cellulari e i social-network, ho pensato di vedere come si poteva costruire una rete per pescare degli aiuti da portare alle persone in difficoltà. E l’altro giorno, nel corso di un evento creato apposta con gli amici del Circolo Giovane Italia, abbiamo raccolto più di 1800 euro da dare a una cooperativa sociale di Crevalcore che fa la birra dando lavoro a ragazzi disabili: il birrificio è stato danneggiato dal sisma e hanno bisogno di sostegno. Quando abbiamo deciso che avremmo dato i soldi a loro, ho chiamato il presidente della Cooperativa. Mi ha risposto, gli ho detto “Buongiorno, mi chiamo Jacopo” e poi via, gli ho spiegato cosa avevamo intenzione di fare. Mi ha detto “Non so cosa dire. Grazie, ché anche sentire uno sconosciuto che ti chiama per dirti che vuole darti una mano per noi è un grande incoraggiamento”. Non ci avevo mai pensato a questa cosa di poter chiamare uno sconosciuto per provare a dargli una mano. Ma in questi giorni, nelle province danneggiate e in quelle limitrofe, è pieno di sconosciuti che hanno deciso di darsi una mano. E la paura rimane, i danni e il dolore anche. L’unica cosa che si può fare è continuare a vivere, da stupidi, da cocciuti, guardando la pianura sterminata e bugiarda, che ci aveva promesso che non avrebbe tremato e invece lo fa.
E la paura rimane, i danni e il dolore anche. L’unica cosa che si può fare è continuare a vivere, da stupidi, da cocciuti, guardando la pianura sterminata e bugiarda, che ci aveva promesso che non avrebbe tremato e invece lo fa.
Che bel finale. Insegna a non fidarsi delle promessa della natura, la offendiamo troppe volte per pretendere che rispetti noi.
Bravo Jacopo (come al solito)
grazie, Vincenzo
L’Oltretorrente, l’Emeroteca, vicolo Santa Maria…casa!
e questa terra davvero bugiarda o siamo noi che non la stiamo più a sentire?
bello Jacopo!
in fondo siamo bugiardi noi, credo, e un po’ sordi
un pezzo di cuore rimasto al suo posto, che continua a battere imperterrito pompando sangue e speranza in quel che resta, nonostante altri pezzi siano crollati, altri spaventati dalle bugie della terra. Forse, però, alla terra manca un traduttore coscienzioso, e qualche editore impavido.
che bello che è.
ecco.
E la paura rimane, i danni e il dolore anche. L’unica cosa che si può fare è continuare a vivere, da stupidi, da cocciuti, guardando la pianura sterminata e bugiarda, che ci aveva promesso che non avrebbe tremato e invece lo fa.
Che bel finale. Insegna a non fidarsi delle promessa della natura, la offendiamo troppe volte per pretendere che rispetti noi.
Bravo Jacopo (come al solito)
grazie, Vincenzo
L'Oltretorrente, l'Emeroteca, vicolo Santa Maria…casa!
e questa terra davvero bugiarda o siamo noi che non la stiamo più a sentire?
bello Jacopo!
in fondo siamo bugiardi noi, credo, e un po' sordi
un pezzo di cuore rimasto al suo posto, che continua a battere imperterrito pompando sangue e speranza in quel che resta, nonostante altri pezzi siano crollati, altri spaventati dalle bugie della terra. Forse, però, alla terra manca un traduttore coscienzioso, e qualche editore impavido.
che bello che è.
ecco.
Mi chiedo come ne siamo usciti noi dell’Irpinia senza l’aiuto di cellulari e social network. Ma cosa dico…qui la terra non ha mai smesso, siamo noi quelli che sono rimasti fermi..
Bello, Jacopo <3
il tuo racconto è la sincerità del terremoto che non scuote solo la terra.
Ciao! Vorrei solo dire un grazie enorme per le informazioni che avete condiviso in questo blog! Di sicurò diverrò un vostro fa accanito!