di Sara Milla – 

Al mattino, in cucina, i vetri della finestra sono opachi di condensa. Fuori piove ancora, dentro Maura prepara la colazione. Intanto che i tegamini sono sul fuoco, si accosta alla finestra e comincia a disegnare con il dito sull’umido lattiginoso. Sono cose che si iniziano a fare da bambini, e poi non si smette più. Scrive il suo nome. Poi quello di suo marito. Intanto il giorno si spinge oltre la cortina di nubi nerofumo. La strada si anima, e più lontano, sul viadotto grigio, si ammucchiano macchine e autobus in file rassegnate e tristi.
Maura si veste al buio, per non svegliare suo marito. All’ingresso indossa il giaccone pesante. Torna per un attimo verso la camera da letto e chiude gli occhi. Al buio le sembra di sentire il respiro che viene dal letto, percepisce la pioggia che batte più insistente, il ticchettio della sveglia.
Infine gira su se stessa e va verso la porta. C’è quel silenzio da portarsi via, e anche un certo odore di latte bollito, e di luci spente.
L’asfalto luccica, al semaforo le macchine sono ferme e disabitate. Pensa, dunque, di scrivere quella famosa lettera. Ora che aspetta un autobus fermo in fondo alla strada, rimugina la vecchia idea di scrivere quel messaggio. Forse è la pioggia, forse è il freddo. La gente che passa e sembra non avere nemmeno una luce, un bagliore, ma solo un’anima addormentata. Forse sono i ricordi che non la lasciano mai e si presentano senza alcun preavviso. Ma è forse il caso, si dice, di cominciare a comporla. Prima di andare via, le sembra onesto.
Dunque.
Intanto l’autobus si ferma lentamente, spalanca gli sportelli e inghiotte il suo corpo, le scarpe da pioggia, i capelli umidi, il viso bagnato, una folata di vento.
Dovrei farmi più piccola e avere delle ali, trasparenti come il vetro, e vedere la sua faccia quando riceverà la lettera:
“Amore mio”
e poi niente, sono mesi, resta aggrappata a quell’inizio: “amore mio” e basta. Ma capirebbe? Potrebbe inciderlo sul foglio, scolpirlo sul muro, capirebbe? Scuote la testa, l’ombrello del vicino le sgocciola sulle gambe. L’importante è rimanere in piedi mentre l’auto procede a singulti. Quanti anni sono che rimane in piedi? Stanno per svoltare, verso fuori, verso la campagna, dove si apre la città, dove il grigio del giorno sarà immenso e non stretto tra palazzi di dieci piani.  Quando le appare la campagna che sconfina nel cielo si sente più coraggiosa:
“Amore mio, è tanto tempo,vero, che non ti chiamo così, ma non mi esce la voce, eppure non c’è altro modo di pensarti…”.
Ora si susseguono vecchi casali abbandonati sui cucuzzoli delle colline, muri danneggiati, alberi solitari sparsi nel vuoto incolto e bianco tra cielo e terra.
“Volevamo vivere in una casa come quella, te lo ricordi? Quelle sere calde in cui passeggiavamo nel silenzio e nella luna, e lontano quelle case illuminate ci confortavano della nostra gioventù con poche speranze. Te lo ricordi, amore mio?”
Solo posti in piedi, sempre e solo posti in piedi. I soprabiti intrisi d’umidità emanano quel buon odore di lana invecchiata, rilasciano il sentore dei detersivi che li hanno nel tempo lavati, e lavati e lavati, come la campagna ora, fino a sentirne l’usura, fino allo strappo.
“È di questo che voglio parlarti. Di uno strappo”.
Inizia il rosario delle fermate, tante, lungo un apparente nulla. Qualcuno va a servizio nelle ville nascoste tra gli alberi, qualcuno nelle fattorie, qualcuno raggiunge i ristoranti sul lago. Qualcuno il cantiere. Eppure scendono ai margini dei fossi, e l’autobus li abbandona, lo guardano andare via e Maura cerca di non perderli, fino all’ultimo, come se li vedesse tutti per l’ultima volta.
“È l’ultima volta che ti parlo, anche se ti sto solo scrivendo. Ma a parlare non ce la facciamo più. Certo, non abbiamo mai molto conversato, noi due. È come qui, che le persone hanno tutte una fermata, un tragitto, che è segreto finché non si alzano per scendere. Allora sai che andranno via. Cerco di trattenerle, lo faccio sempre, penso: rimaniamo tutti qui, impariamo a stare insieme, non ci lasciamo più. Ma nessuno mi sente, e tutti vanno via. Chi a testa bassa verso il luogo che sa, chi continua a guardare fin dentro le facce di quelli che stanno ai finestrini. C’è una fermata per tutti. È duro da dire, ma c’è anche per noi. Mi chiederò a lungo dove sei, cosa starai facendo, che penserai di me”.
Dal passaggio a livello in poi non sale più nessuno. Si aspetta il suono della campanella, il treno vecchio che attraversa quel largo piazzale di campi deserti. Si aspetta.
“Tutto il tempo ho aspettato io, e ancora aspetterei. Ma sembra inutile. Ti ricordi il giorno in cui ci siamo sposati? Dicono che sposarsi non conta, che l’amore fa tutto senza bisogno di giuramenti. Sicuro, lo penso anch’io, però quel giorno che ho giurato è come questo passaggio a livello, come il nome scritto grande nella stazione, è un punto nella mappa. È una data nel corso della storia, è la Storia, così, per potermi ritrovare, per guardare indietro e dire: è stato tutto vero”.
Controlla la borsa con il thermos e un panino incartato nella stagnola. Pensa a quello che ha lasciato nel frigo, le cotolette, la pasta da mettere al forno. Sul tavolo della cucina un bicchiere con della spremuta d’arancia, che ha preparato prima di andare via. Le luci dei lampioni sospese sulla strada si spengono tutte insieme. È giorno.
“È ora, svegliati. Bevi l’aranciata. C’è del caffè, forse è ancora caldo. Sul comò c’è il cambio pulito. Non lo so come farò. Ma i nostri giorni sono finiti. Ancora penserò, girando dentro di me come in una casa disabitata, a quello che potrà servire per nutrirti, per tenerti caldo. Mi dispiace, sai, ma forse è il mio di tempo che non c’è più”.
In fondo alla strada c’è la fermata, prima dell’inizio della strada provinciale. Maura raduna la borsa, l’ombrello, una busta. Guarda verso l’interno dell’autobus. Tutte le facce rivolte verso la campagna, verso il cielo che continua a schiarirsi e insieme raduna nuvole e acqua. Dallo specchio retrovisore, in fondo, si riflette il volto del conducente. Si aprono gli sportelli e Maura scende. Dimentica di aprire l’ombrello L’autobus gira, sparisce dopo pochi metri. Dietro al canneto c’è un canale, una profonda incisione verde che attira i salici e le zanzare, e l’ombra estiva. Maura si ripara tra i salici e aspetta. Poi prende coraggio e si toglie il cappotto. Nella busta c’è un velo. Si copre il volto con quello. Scende nel canale. Non ci vorrà molto, a scendere, a sparire, a lasciarsi.
La pioggia cade senza sosta.