di Jacopo Masini – 

Primo Ferrari divenne noto come il più giovane addestratore di licantropi dell’Appennino emiliano, in seguito agli avvenimenti dell’aprile 1962. La primavera era cominciata sotto i migliori auspici: gli alberi rinverdivano, i fiori sbocciavano, il polline sciamava nell’aria come se dovesse andare a invadere tutte le regioni limitrofe, e Primo aveva riscoperto il gusto di pisciare all’aperto, nei canali e contro i muretti a secco delle strade. In particolare scoprì che la sera, sorvegliato dalla Luna, le pisciate riservavano gioie inaspettate, soprattutto quando seguivano bevute interminabili e cene abbondanti. Il 5 aprile del 1962 Primo andò a cena dalla famiglia Magnani, conosciuta in tutto il comune di Pietraforte per le “Uova al blu di canale”, una arditissima tecnica di cottura che consisteva nel fare ingurgitare uova di gallina, e a volte di quaglia, a gruppi di rane messe in seguito a bollire nella medesima acqua del canale, utilizzata infine come base per la preparazione del sugo di palle di toro. I Magnani erano anche noti per la domanda che ne contraddistinse la fallimentare attività di allevatori, cioè “Ma perché le nostre mucche non danno vitelli?”, a cui nessuno in paese accennò mai a rispondere, essendo le palle di toro in brodo di uova al blu di canale una vera prelibatezza.  La cena, preparata dai 7 fratelli Magnani, reduci dalla seconda guerra di indipendenza del Canale di Pietraforte, persa a suon di palline di mollica contro i confinanti e temibilissimi indiani di Castel Budino, si concluse con un giro di amari, distillati, pozioni segrete che minò la metà delle capacità di Primo, fra cui anche quella di leggere il futuro nelle etichette del vino, ereditata dal bisnonno, il quale predisse l’entrata in guerra già nel 1932 scomponendo e ricomponendo l’etichetta del Lambrusco Cantine Sociali Valli Piene, divinazione che non venne inficiata nemmeno dalla conclusione piena di ottimismo: “Spezzeremo le reni all’Australia!”, cui seguì la caduta di faccia sul tavolo in noce di famiglia.
Dopo cena Primo si diresse verso casa. Attraversò in diagonale il campo minato dei Talignani – seminavano mine a fine marzo e in genere le raccoglievano a metà maggio, dopo essere stati decimati da una attività che si tramandavano da generazioni – e non esplose, si lanciò lungo la discesa per il boschetto e infine si fermò a pisciare sotto l’albero della Tilde di Zenobio, una signora di 124 anni che non usciva di casa dal 1938 e che, secondo molti, e con buoni argomenti, era morta. La Luna era piena e la luce filtrava dalle fronde intrecciate, disegnandogli sulla testa un guscio di ombre e biancore che lo rendeva visibile da qualche metro. Si sbottonò la patta dei pantaloni, afferrò il pene, iniziò a pisciare e poi, pum, sentì uno sparo, vicinissimo. Sentì qualcosa di caldo all’altezza della coscia, si toccò per timore di essere stato colpito, ma, invece del sangue, trovò un rigagnolo caldo, lo seguì e tornò al pene, rendendosi conto che si era solo pisciato addosso. Poi sentì un rumore, come di passi sugli sterpi e l’erba, si voltò e, lì accanto, e meno di un metro, vide una specie di grosso cane in piedi su due zampe, con un grosso pene tra le mani, che a sua volta pisciava. Lo osservò meglio: era un lupo. Guardò in su, vide la Luna piena, capì d’essere spacciato. 
“Senta” disse, “io lo so che lei adesso dovrebbe mangiarmi, ma sono così ubriaco che se lo fa rischia di stare male, ubriacarsi anche lei e, visto che le stan dando la caccia, magari la uccidono. Ha capito? Senta qua che roba”, si avvicinò e diede un’alitata in direzione del lupo, che ringhiò feroce, fece per azzannarlo, ma ci ripensò. “Le posso fare una domanda?” disse Primo, “Ma quando ha finito di fare la pipì, dove se lo mette, che non ha neanche i pantaloni?”. Qualcuno sparò di nuovo, il lupo abbracciò Primo, che, rischiando di cadere, lo cinse con un braccio e disse, “Vieni, andiamo a casa. Ho un nocino niente male”.
La mattina dopo Primo si svegliò nel letto, era ancora vestito. Sul cuscino trovò un biglietto. C’era scritto “A buon rendere, Lucio Magnani”. Sul pavimento c’erano quattro segni, quattro lunghe virgole, come di quattro artigli. In paese raccontò solo tutta la faccenda del licantropo, confermata da uno dei Magnani e poi dagli altri fratelli, come fossero stati testimoni oculari. Quando incrociava in piazza Lucio Magnani, si toglieva il cappello e diceva “Che bevuta, quella sera là”.