di Marina Bisogno -

Marzia e Paolo venivano a casa mia ogni pomeriggio dopo la scuola. Avevamo diciassette anni e tante parole trattenute tra la gola e la bocca. Li accoglievo e mi specchiavo nei loro sguardi curiosi quanto il mio. Ci chiudevamo nella mia stanza e studiavamo quello che bastava per superare le interrogazioni o a scrivere buoni compiti di greco. Dedicavamo all’assegno un tempo minimo. Per il resto ascoltavamo musica. Facevamo incetta di cd e di musicassette, e cercavamo un indizio di verità tra i testi di quelle canzoni rock o esistenzialiste. Marzia si sedeva per terra e chiudeva gli occhi. Accendeva la sigaretta che aveva rubato alla madre e gongolava per la scioltezza dei suoi gesti. Era bella, Marzia. Mi piacevano i suoi jeans a zampa comprati al mercatino vintage e i maglioni di lana con quei grossi bottoni davanti. Paolo la dileggiava e la chiamava stracciona. Ce l’aveva con la sua finta trascuratezza. Lui che usciva solo in camicia non si sarebbe mai accomodato sul pavimento. Era il figlio di un avvocato e prevedeva l’opportunità di ogni suo gesto.
Marzia lo criticava per i suoi modi contenuti.
«Di’, ti capita mai di urlare a forza di star così composto?».
Paolo la guardava disorientato. Che voleva Marzia con quell’aria da sfida, appollaiata su una mattonella? Ma non litigavano sul serio. Per stemperare, mettevo su a ripetizione i Cranberries, i Nirvana e gli Spandau Ballet. Marzia cantava “Gold” e si dondolava tra le note. Io le sedevo accanto, per terra. Paolo restava in piedi o si stendeva sul mio letto. Ipotizzava il futuro. Credeva che il Duemila ci avrebbe travolti. Vagheggiavamo chissà che, noi che non conoscevamo neanche Internet. Ogni tanto aprivo la finestra. Marzia continuava a fumare. Il suo cruccio era salvare dal tempo la sua adolescenza.
«Vorrò sempre ricordarmi di come sono, di chi sono adesso».
Pensava di farsi tatuare una rosa o bucare per la terza volta il lobo dell’orecchio destro per infilarci un cerchietto d’argento. Un pegno che avrebbe sfilato chissà quando.
Questi propositi solleticavano gli sfottò di Paolo.
«Ma che brava, così a quarant’anni, finita la festa, non saprai che fartene della rosellina».
Marzia gli diceva che persino suo padre sarebbe stato capace di più slanci.
Frattanto, io uscivo dalla stanza e prendevo da bere. Caffè o acqua per lo più.
Se parlavamo delle nostre aspirazioni, Paolo ci confidava che voleva diventare ricco, sposare una donna possidente e riempire le tasche con gli incassi degli affitti. Marzia storceva la faccia, spegneva la sigaretta sul fondo annacquato del bicchiere di plastica e replicava che le aspirazioni di Paolo la facevano inorridire perché erano squallide per un ragazzo.
«Ma ti senti? Parli come tuo padre!».
Lui si difendeva e le specificava che la sua era un’ambizione sacrosanta.
«E poi tuo padre dice le stesse cose».
Marzia, invece, non intendeva farsi condizionare la vita dagli interessi altrui. Deplorava Paolo e gli dava del materialista.
«Quelli che sognano i soldi mi fanno ribrezzo».
Paolo rideva. Per lui erano solo fisime. E ci ripeteva una storia.
Suo padre da giovane aveva conosciuto una ragazza scostante, arrabbiata con i ricchi. Ha poi rincontrato quella donna dopo dodici anni in un discobar. La riconobbe per caso, lei pareva rilassata. Gli rivelò sorridente che la veemenza e l’ostilità giovanile erano svaporate a trent’anni, quando aveva inteso che era molto meglio sposare un benestante che uno squattrinato. Secondo Paolo, a Marzia sarebbe capitata la stessa cosa.
«Vedrai, alla fine non saremo poi così diversi dai nostri padri».
Marzia lo accusava di blaterare.
«Cazzate, Paolo».
Paolo la provocava.
«Sentiamo, cosa sogni?».
«Sogno la bellezza».
A quel punto Paolo si alzava e ci lasciava da sole.
«Sei una sentimentale, Marzia».
Accompagnavo Paolo alla porta, nell’ingresso. Mi spiegava che non la reggeva l’aria assorta di Marzia e se la prendeva con me perché non la contraddicevo. Ma dal mio punto di vista Marzia era libera di sperare quel che voleva.
Appena sole, Marzia mi proponeva di uscire. Ci incamminavamo verso il mare, senza accordarci, quasi fosse un automatismo. Ci sedevamo sul muretto che separava la spiaggia dalla strada. Lasciavamo le gambe penzoloni, con lo sguardo che indagava oltre i marosi. Al mare affidavamo i nostri pensieri. Avveniva in quei dieci minuti che né io né Marzia parlavamo. Le domande a cui genitori e insegnanti rispondevano spavaldi, noi le rivolgevamo ai flutti, nel dubbio che gli adulti non sapessero proprio tutto. Dietro di noi il pomeriggio stingeva nel blu. L’estate non era lontana. Marzia sarebbe volata a Dublino per studiare in un college. Era incuriosita dall’Isola verde. Il suo ex le aveva raccontato dei prati e delle sferzate di vento. Lei l’aveva ascoltato, e impressionata aveva chiesto al padre di regalarle un viaggio studio.
«È ora di perfezionare l’inglese».
«E non puoi farlo qui?».
«No».
Fine della conversazione. Dopo due giorni Marzia custodiva nel cassetto della scrivania il suo biglietto aereo.
Io avrei trascorso quattro settimane in campeggio con i miei genitori, e il resto dell’estate su qualche spiaggia della costiera.
Qualche volta Paolo contattava Marzia.
«Barbona, mica te la sei presa?».
Marzia mi faceva leggere il messaggio. Rideva.
«Quanto è stronzo Paolo, eh?».
Per me Paolo era solo insicuro. La sua baldanza era posticcia.
Se provavo a spiegarlo, Marzia ribatteva.
«Sai che tu e Paolo sareste una bella coppia?».
Storcevo il naso. Paolo non era il mio tipo. Piuttosto, avevo un debole per i ragazzi scarmigliati, con i maglioni slabbrati. Niente a che fare con il nostro amico.
A sera, Marzia non voleva rincasare. Da quanto ne sapevo, suo padre non c’era quasi mai e sua madre le rivolgeva a stento la parola. La guardava, questo sì. Disapprovava le scelte della figlia in fatto di vestiti.
«Ma che ne fai dei soldi che ti dà tuo padre?».
Marzia le spiegava che li spendeva per i pantaloni e per i maglioni che lei non apprezzava.
«Vuoi dire che questi stracci non te li regalano?».
«No».
Allora Marzia preferiva cenare con me e i miei genitori. Mia madre e mio padre a capotavola e noi due ai lati. Piluccavamo una focaccia e sentivamo la tivù. L’annunciatrice del Tg1 snocciolava i titoli delle notizie e lanciava i servizi.
Marzia era scattata solo quando annunciarono la morte di Fabrizio De Andrè. Guardò le immagini dei ragazzi che a frotte gli porgevano l’ultimo fiore.
Mia madre ci chiedeva della scuola.
«Avete fatto i compiti? Chi verrà domani in classe alla prima ora?».
Le rispondevo e se avevo voglia le dicevo dei corridoi che pullulavano di studenti, dei professori che tentavano di calamitare la nostra attenzione e dell’occupazione prima delle vacanze pasquali per rivendicare i fondi alla scuola pubblica.
Mio padre si divertiva ad ascoltare.
Sorseggiavo coca cola, mentre Marzia osava col vino e decantava i pregi dei rossi vesuviani.
Qualcuno le domandava se per caso volesse telefonare ai suoi per rassicurarli, ma lei rispondeva che non ce n’era la necessità.
La guardavo scandire le parole senza incespicare. Al suo posto, forse avrei pianto. O forse avrei alzato pure io la testa per dire «non importa».
Dopo mangiato, Marzia ringraziava per la cena. Schioccava un bacio sulla guancia di mia madre e porgeva la mano a mio padre. Indossava il Loden, e sopra ci annodava una sciarpa ocra. I capelli castani rilucevano, come gli occhi sotto la frangia.
Papà le chiedeva se avesse bisogno di un passaggio, ma lei rifiutava.
«Sono pochi passi fino a casa. Vado a piedi».
La accompagnavo alla porta. Lei intanto si infilava nelle orecchie gli auricolari del walkman. Ci salutavamo e ci davamo appuntamento per il giorno seguente, a scuola.
Io tornavo nella mia stanza. Per lo più leggevo o traducevo in italiano i testi delle canzoni che mi piacevano. Marzia mi squillava sul cellulare non appena rientrava. Salutava la madre che sedeva sul divano con le gambe accavallate e Billy, il cocker, accanto. Caterina Biondini non si sorprendeva se la figlia rientrava tardi. Attribuiva il ritardo ad un'insolita acribia nello studio. Marzia infatti otteneva buoni voti, ma non dipendevano dallo zelo. Per lo più erano il risultato della sua perspicacia
«Tesoro, hai mangiato?» domandava la signora.
Marzia diceva che sì, aveva mangiato, e se non lo vedeva, chiedeva del padre.
Senza stornare gli occhi, la madre la informava che il padre era in ufficio.
«In ufficio anche stasera?».
«Sì, tesoro. Lo sai com'è tuo padre».
Marzia non replicava, ma pensava che no, non lo sapeva com’era. Era da un pezzo che non parlava col padre. Quindi girava le spalle e saliva nella sua camera, al secondo piano. Si sfilava lo zaino e lanciava il Loden sulla poltroncina bianca, al centro della stanza. Indossava il pigiama e si spazzolava i capelli. Se non accendeva lo stereo, impugnava la chitarra. Non la suonava bene, ma strimpellare la rilassava. Ammirava Dolores O'Riordan e giocava a figurarsi lei, l'irlandese dagli occhi di ghiaccio e il viso opalescente.
A volte afferrava il cellulare e scriveva al padre.
«Dove sei?».
E quello la rassicurava.
«Sto tornando. Dormi, angelo, ché domani hai la scuola».
Lei tirava fino a mezzanotte, finché crollava.
La mattina era assonnata.
Io e Paolo l'aspettavamo davanti al liceo, prima che la campanella suonasse per avvertirci che dovevamo entrare in classe.
Prima di varcare il cancello, mi guardavo intorno. Cercavo Piero, il ragazzo della II B.
Non gli parlavo. Mi limitavo a scrutarne i gesti, le risate, anche perché gli girava intorno una bionda riccioluta. Marzia la conosceva. Diceva che era una smorfiosa e che Piero se ne approfittava per il sesso. Io di sesso non sapevo nulla o quasi e ne deducevo che Piero non avrebbe potuto interessarsi a me.
Le settimane sfumavano tra le lezioni e le riunioni pomeridiane a casa mia.
Finché Paolo raccontò a me e a Marzia che aveva chiacchierato con Piero.
«Come l'hai conosciuto?» indagai fingendomi neutrale.
«Sabato ad una festa. Abbiamo due amici in comune».
Tra gli studenti si sparlava parecchio di Piero. Le ragazze lo consideravano figo (è sfuggente, dicevano) ed i ragazzi sfigato (in realtà erano invidiosi).
La mia domanda non insospettì Paolo.
«Allora? Che tipo è?».
«Non parla molto, si crede bello e si veste da… sfigato!».
Mugugnai. Non mi convinceva quel punto di vista.
Marzia non commentò. Neanche in classe si intrometteva se qualcuno menzionava Piero.
Io e Paolo ci voltammo verso di lei. Si scrutava le unghie mangiucchiate.
«Barbona, a te lo sfigato non piace?».
Paolo voleva strapparle per forza un commento.
«È simpatico» disse.
Io e Paolo sgranammo gli occhi.
«Lo conosci?» chiesi.
«Melissa, la sua biondina, me l’ha presentato il mese scorso in piazza».
Abbassai lo sguardo per lasciar correre i pensieri. Perché non me l’aveva raccontato?
Marzia avrebbe compiuto diciotto anni dopo qualche settimana. Era indecisa se festeggiare o meno.
Io insistevo. Lei ribatteva che non era dell’umore adatto. Paolo le fece notare che non era mai dell’umore adatto e tanto valeva gozzovigliare. Anche il signor Biondini aveva insistito per la festa.
E Marzia dava retta solo a suo padre.
«Va bene, papà, festeggio, ma devi esserci».
Il padre le garantì la presenza, più il salotto e il terrazzo per i festeggiamenti.
Io e Paolo aiutammo Marzia nei preparativi. Stavamo elencando gli invitati e saltò fuori il nome di Piero. Mi guardai bene dall’esprimermi, anche se avrei dato chissà che per stargli vicino.
Fu Marzia ad invitarlo.
«Sabato do una festa a casa mia. Ho invitato i miei compagni di classe e qualcuno della cricca in piazza. Ti aspetto».
Marzia pronunciò le parole con vigore. Lui la ringraziò e le rispose che si sarebbe organizzato.
Il giorno della festa arrivai da Marzia un’ora e mezza prima degli altri. La madre era dal parrucchiere con Billy e il padre strillava al cellulare barricato nel suo studio. Noi stavamo sopra, nella stanza di Marzia. Telefonò Paolo: voleva sapere se avevamo risolto il problema di matematica per il lunedì seguente. Io e Marzia non avevamo aperto un libro e al problema avremmo pensato la domenica pomeriggio. Con Paolo ci saremmo viste dopo.
Marzia mi mostrò il suo abito nero di chiffon, con le maniche corte a sbuffo.
«Wow» le dissi.
«L’ha scelto mia madre. Una sciccheria per gratificarla».
Soltanto l’inquietava l’idea di trascorrere quattro, cinque ore sospesa sui tacchi delle scarpe nere lucide. Sarebbe stata splendente. Per una volta gli anfibi restavano nello sgabuzzino.
Al momento giusto ci cambiammo. Io indossai un vestitino cobalto e un paio di stivali neri da cavallerizza. Marzia si offrì di truccarmi. Ci sapeva fare con i pennelli. Mi tirò su dalla fronte i ciuffi dei capelli e mi spalmò sul viso una noce di fondotinta. Sfumò l’ombretto, stese il phard e il rossetto.
«Stasera sembriamo due donne» scherzò mentre ci specchiavamo nel bagno della sua camera.
Il salotto dei Biondini era ampio da accoglierci in cinquanta. Avremmo festeggiato in trenta, comunque. La signora Biondini dava istruzioni ai garzoni del catering per far sistemare i vassoi: pizze di vari gusti e misure, insalate, panini e rustici. Io sorseggiavo una birra.
Gli amici e i conoscenti giungevano a gruppi. Qualcuno consegnava il regalo alla festeggiata incaricato dagli altri. Era una sequenza di baci e abbracci, là sulla porta.
 «Auguri, bellezza» le dicevano.
Sciorinavano le solite frasi d’occasione e Marzia le respingeva tutte, fra sé e sé.
Avevamo messo su “Karma Chameleon” dei Culture Club. Qualcuno si mise pure a ballare. Bene o male giravamo tutti intorno al tavolo delle bevande.
Tra un salto e l’altro, parlottavo con Paolo, sul divano.
Paolo divagava sulle vacanze estive da organizzare prima di incamminarsi verso l’anno della maturità. Temeva di avere a disposizione poco tempo per divertirsi prima di prendere a studiare per i test all’Università. Io mi limitavo ad ascoltarlo. Da qualche mese mi aveva assalita una tale indecisione che non riuscivo a proiettarmi oltre due o tre giorni. Non avevo idea di cosa volessi studiare dopo. Mentre Paolo magnificava i suoi progetti, io mi guardavo intorno.
I genitori di Marzia erano spariti nelle loro stanze e dal salotto si elevava un gran vociare. Paolo chiese a Marzia se i suoi si stessero riavvicinando in qualche parte nella casa.
Marzia lo guardò sprezzante e gli mostrò il dito medio.
Piero arrivò che Marzia aveva già fumato cinque sigarette in due ore e mezzo.
Lo vidi e mi misi a canticchiare dall’imbarazzo. Vidi la sua camicia e il mazzo di fiori che porse a Marzia. Era un mazzo rigoglioso di rose e fiori di campo. Io sogghignai perché Marzia odiava i fiori.
«Sono un regalo inutile. Preferisco ammirarli nei campi» diceva di solito.
Ma lo ringraziò e lui si accostò per baciarle la guancia.
Paolo taceva e eseguiva i passi di Marzia.
«Hai capito lo sfigato?» disse. Forse pensava ad alta voce.
Mi alzai dal divano. Il tavolo del buffet era accerchiato dai miei compagni di classe. Altri se ne stavano stravaccati a bere, a ridere, a baciarsi.
Marzia entrava e usciva dalla cucina.
Le andai dietro.
«Mi presenti Piero?».
Mi guardò spiazzata.
«S, si, certo».
Piero stava chiacchierando con Mauro e Clelia, due della nostra classe.  Ci avvicinammo e vidi che alcune ragazze guardavano Piero e confabulavano.
Marzia richiamò la sua attenzione.
«Ti presento Claudia».
La mia mano scomparve nella sua, grande.
Mauro e Clelia si allontanarono e restammo noi tre.
Piero voleva fumare e ci propose di uscire sul terrazzo. Le serate non erano più così fredde.
Piero e Marzia fumavano. Io li osservavo e notai per la prima volta che si assomigliavano: smilzi e inquieti.
Il signor Biondini, sbucato da chissà dove, si affacciò e chiese alla figlia di raggiungerlo ché aveva qualcosa da darle. Lei non se lo fece ripetere. Gettò la sigaretta e lo seguì.
Piero mi chiese se mi piacevano Ricky Martin e Britney Spears. Esitai, lui mi anticipò e disse che gli facevano schifo. Poi cambiò argomento e mi domandò da quanto tempo conoscevo Marzia. Gli spiegai che stavamo nella stessa classe e da quattro anni lei era la mia compagna di banco.
Piero non perdeva nemmeno una sillaba e il suo sguardo attento mi imbarazzava.
Spense la sigaretta in un portacenere incrostato, dimenticato sul tavolino di plastica da una sera estiva.
Stette in silenzio, guardò per terra e mi chiese se Marzia stava con qualcuno.
Volevo scappare, ma rimasi davanti a lui e gli dissi che Marzia non frequentava nessuno.
Marzia uscì in quel momento sul terrazzo, pimpante come non era mai.
«Mio padre e io partiamo per New York. A settembre, appena torno da Dublino» strepitò.
«Grandioso» le dissi. E la lasciai sotto la luna con Piero. Una luna più gioiosa di me.