SegnalAzioni
di Margi de Filpo, Eva Clesis, Monica Mazzitelli -
di Margi de Filpo
Venti stanze da accarezzare come corone di un Rosario, suddivise per piani, dall’ultimo al primo, per meditarne i misteri con ironia e cinismo. Un incipit che si avvicina a un’annunciazione blasfema, con un editore mefistofelico con “i folti peli che gli coprivano le falangi” che impone allo scrittore di non usare il futuro nel raccontare la sua storia. Un conte decaduto che passa le sue giornate ad aprire le finestre delle venti stanze del suo palazzo attendendo che accada il suo “finale”, un prete stanco di recitare la fede che finge una possessione demoniaca e poi si pente perché “in quel momento la luce di Dio entrò con rinnovati watts […] proprio come in un commissariato.” Mentre, nei piani intermedi, anche gli oggetti prendono vita e la sagoma di gesso della vittima di un omicidio può ancora parlare. Stanze in cui la luce non entra mai e voci che si confondono nella testa dell’io narrante, che parla con personaggi inesistenti. La ricerca di redenzione che riesuma la colpa, e la vittima e il carnefice si trovano insieme, nella stessa stanza, nella stessa testa. E, mentre l’amore fra due manichini finisce in una pressa in cui vengono schiacciati ancora stretti l’uno all’altro, un innamorato si trasforma in proiettile come estrema prova d’amore, e un barbone torna a cercare i suoi stupratori perché è l’unico piacere che non deve comprarsi. Un assassino in cerca di giustizia aspetta il padre della propria vittima per poi ucciderlo brutalmente perché nauseato dalla sua bontà; in un’altra stanza una risurrezione che, però, dura il tempo di un miraggio. Venti stanze di un condominio senza vie di fuga in cui un uomo “pericoloso” osserva la vita da un videocitofono. Venti storie o forse una soltanto in tutte le sue sfaccettature, in un viaggio a ritroso che termina nella stanza numero uno, dove un giovane precario accetta di farsi crocefiggere davanti ad un cartellone pubblicitario perché non vede un futuro: “La paga promessa era decente e gli avrebbe permesso di tirare avanti per una settimana intera. E poi lui aveva tutti i requisiti: cercavano uno tra i trenta e i trentacinque anni, possibilmente con barba e capelli lunghi. […] si doveva saper relazionare con gli altri, essere molto paziente, non rispondere alle provocazioni ma, soprattutto, avere buone capacità di resistenza.” Lo stesso futuro che lo scrittore, se vuole essere pubblicato, non dovrà mai usare. Perché, in questo “mondo (Im)possibile”, il futuro non esiste.
Quest’opera seria e faceta firmata dallo scrittore/performer/rapper Andrea (Vertigo) Coffami ovvero Angelo Zabaglio ha il vantaggio di essere faceta quando prova a essere seria e il contrario. Si tratta infatti di una raccolta di “una cinquantina di poesiole sonore che forse più che lette andrebbero ascoltate. Poesie per chi pensa che la poesia non sia solo poesia”, come troviamo scritto in quarta di copertina.
Sta di fatto che l’autore riesce a stupire con questi versi stravolti, strappati da un bizzarro ma realistico collage metropolitano di citazioni e attualità, vite precarie e confusioni esistenziali, ardori spenti e divertissement da paroliere. Poesiole tra il goliardico e lo scherno con punte di solitudine e amarezza.
Poesiole minime che non vogliono chiamarsi poesie, salire a certi ranghi, ambire a vette espressive. Il risultato tuttavia stupisce perché, a forza di voler fare il faceto il poeta/rapper rischia il serio: nella costruzione o distruzione poetica e nei bombardamenti di parole, Coffami/Zabaglio conferisce ai suoi componimenti un ritmo riuscito, a volte incalzante e ordinato, altre più intimista. Più che poesie sono versi rappati, che possono colpire quando strabordano (come in Orgasmo) ma ancora di più quando si rincorrono in brevi strofe che fanno il verso ad altra/Alta Poesia (si veda il riuscito esperimento di Si Star). Poesiole che sono sì giochi di parole (a volte barzellette di parole) ma che non si appendono solo alle parole, le buttano nella mischia, le alleggeriscono dei loro significati, le fanno ora il solletico ora violenza.
Un libello poetico che senza voler essere lirico è multispirato, testimonianza del talento di Coffami, che trova una soluzione felice proprio dove non c’è soluzione, dove l’autore non si sforza di far quadrare i conti con i versi e soprattutto le rime, ma procede con naturalezza. Se a volte infatti il tentativo poetico risulta forzoso, è anche vero che l’immaginario è sempre chiaro e ruvido sia nel serio che nel faceto: quando poi si aggiunge e si raggiunge una piena musicalità, l’esito di questa cinquantina è folle ma felice.
Forse è nel color crema – che spesso ricorre tra le pagine di questo splendido romanzo – che troviamo una chiave di lettura: il bianco non è puro, ma sporcato. La pulizia, se c’è, è solo facciata, una stuccatura che non regge lo scrutinio di un secondo sguardo. Meno onesta persino dello sporco muffito e polveroso dei locali dove la protagonista Eva, quasi quarantenne ricercatrice di un Dipartimento di Biologia dell’Università di Roma, lavora tentando caparbiamente di produrre risultati scientifici di rilevanza internazionale pur nell’abbandono tecnologico e architettonico in cui versa l’istituzione. Per contrasto, la sua amica vecchia Bibi, pariolina ricchissima e viziata, vive in un mondo quasi rarefatto per la sua distanza da quello reale. Un mondo tenue e color crema, in cui l’unico sudore è quello che si lascia sul tappetino di una palestra. Ma non è una donna fortunata, Bibi: prima di riuscire a ottenere una gravidanza attraverso un impianto di embrioni suo marito muore in un incidente stradale, e lei, a seguito di una chemioterapia, è diventata sterile. Secondo la recente legge italiana sulla procreazione assistita gli embrioni pronti per una sua gravidanza non sono più impiantabili, ma lei decide di ottenerli dalla clinica presso cui dovrebbero essere custoditi a costo di pagare qualsiasi cifra, e commettere qualsiasi crimine. Ed Eva decide di aiutarla, nonostante tutto, imbarcandosi in un intrigo con dubbie e sospette diramazioni internazionali dove la puzza di pericolo aumenta con il crescere del profumo dei soldi. Una trama avvincente che tiene sospesi, anche se non è questo il maggior punto di forza di questo potente esordio letterario di Marta Baiocchi, bensì la sua scrittura così intelligente, autorevole, ironica, brillante, la sua capacità di rendere le emozioni tacendole dalle parole per esprimerle attraverso i colori, gli ambienti, i gesti, gli abiti. Si parla quindi anche del corpo delle donne, da un’angolazione diversa dal solito: dalla determinazione rabbiosa di una donna forte ma con un desiderio fragile: quello di essere madre, ferinamente madre, a qualsiasi costo madre. Tantissimi i temi e i contenuti di questo lavoro, cerchiamo di vederne qualcuno con l’autrice.
Quanto ti assomiglia Eva?
Questo libro non è autobiografico, e, come si intuisce facilmente, non è una storia vera. Certamente, Eva esprime in alcuni punti interrogativi sulle tecnologie del presente e del futuro, che sono anche i miei. Esprime, inoltre, il disappunto che tanti ricercatori provano o hanno provato per un mondo che è ben lontano dall’immagine idealizzata della ricerca che molti di noi avevano da studenti. Nessuno dei fatti a cui Eva assiste nel racconto è mai accaduto tale e quale, tuttavia frasi, gesti, atteggiamenti, sono gli stessi che molti di noi di noi hanno visto e sentito tante volte, magari in posti e da persone diverse. Eva, tuttavia, è una donna più giovane di quello che io sono oggi, che perciò prova una rabbia e un desiderio di rottura che oggi penso di aver superato, che non posso più, sia un bene o sia un male, riconoscere come miei.
Temi che qualcuno dei tuoi colleghi si riconoscerà nelle descrizioni del Dipartimento di Ricerca? O lo faranno tutti?
C’è già qualche collega che mi dice: Eh, ma sei stata troppo cattiva con tizio, se legge il libro la prende male. Io casco dalla luna, perché a tizio non avevo pensato neanche per un attimo, scrivendo. È che, come dicevo, nel nostro, come credo in ogni ambiente, ci sono tipi di personalità, e meccanismi di rapporti e di potere ricorrenti, quasi codificati. Perciò, non mi meraviglia che molti possano riconoscere nei personaggi del libro alcuni aspetti del proprio capo, o del proprio studente, o del proprio collega.
È possibile che l’Italia riesca ancora a produrre risultati importanti nella ricerca, a livello internazionale, oppure se si vuole lavorare ad alto livello si è costretti a emigrare?
La ricerca in Italia non ha mai smesso, e probabilmente continuerà ancora, a produrre risultati importanti. Tuttavia, capacità e competenza rimangono per lo più confinati a individui e gruppi ristretti, che sembrano sempre nati e cresciuti quasi per caso. Invece, la capacità di creare centri di formazione e di ricerca che producano una autentica massa di conoscenza, adeguata alle necessità di un paese come il nostro, sembra continui a sfuggirci. Un sistema cristallizzato in cui troppo spesso prevalgono i cattivi rispetto ai buoni maestri, insieme alla crescente scarsità di finanziamenti, rischiano di rendere sempre più profondo il divario che ci separa dai paesi più tecnologicamente orientati. Sebbene solo pochi sembrino esserne consapevoli, il prezzo da pagare per queste scelte di inerzia potrebbe rivelarsi un giorno molto alto.
Nel suo aspetto etico il tuo messaggio è quello aperto del finale: “Quello che si può fare, qualcuno prima o poi lo fa.”. Ricorda un po’ Il terzo uomo quando Orson Wells dice “Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”.
Beh, io in realtà non intendevo dare messaggi o risposte precise: mi interessava piuttosto porre questioni, suggerire punti di vista più semplici, più pragmatici, su questioni che spesso scatenano grande emotività. L’etica non può, a mio parere, essere ispirata a principi astratti, deve necessariamente e costantemente misurarsi con la realtà materiale. Con le scelte reali della gente. Perciò mi chiedo, sarà davvero possibile continuare a imporre divieti su tecnologie che rispondono a desideri e bisogni profondi, e che sono sempre più a portata di mano di tutti? Che sono proibite qui ma consentite cinquanta chilometri più in là? La storia sembra dirci che a stento l’uomo è riuscito a imporsi qualche limite sulle tecnologie più atroci e distruttive (e speriamo che continui così), ma i principi morali si sono invece dimostrati molto duttili quando si sono scontrati col desiderio umano di una vita meno faticosa e difficile.
bella idea, era una cosa che mancava a unonove
idea bellissima, su Unonove. ma solo su Unonove
voglio subito quello di Frank Solitario
[...] poesia e lo spirito, Unonove, [...]